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..:: Research and cultural documentation quarterly ::..

 

anno II - n. 4 - estate 2005  

 

in copertina
CARMINE MARIO MULIERE, 
Quercia nel sole, 2003, 
fotografia 



Colloquio con Leibniz

di Paolo Civita


Joseph Beuys
di Carmine Mario Muliere


Intervista a Maurizio Cattelan
di Marco Ligas Tosi


Paesaggi del Corpo
Paesaggi dell'Anima

di Daniela Scanu


Indice
 
 

 
 

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Colloquio con Leibniz

di Paolo Civita

..:: in LABORATORIO DI MESSAGGI ::..

Finalmente, Herr Leibniz, riesco ad incontrarla! Lei non può immaginare quanto abbia cercato di arrivare a lei. Solo percorrendo la strada dell’Ontologia, alla fine, ci sono riuscito.

Ne sono lusingato. A cosa debbo il piacere di vederla?

Herr Leibniz, mi scusi se la chiamo così, ma non saprei chiamarla altrimenti. È vero che le Monadi, essendo Essenze, non possono avere un nome, ma in analogia con le etichette che individuano un vino ben preciso entro le bottiglie, mi sembra che nello stesso modo posso identificare lei, che certamente esiste, in quanto Monade, in un modo altrettanto preciso.

Mi va bene, ma in effetti un nome non ha molto significato. Leibniz testimonia una mia passata esistenza biologica. Ma non credo che una discussione sui nomi sia lo scopo della sua visita.

Certamente no. Volevo incontrarla per avere da lei alcune risposte o conferme ad altrettante mie intuizioni. Non so quante volte ho letto e riletto la sua Monadologia, che non solo ha il grandissimo pregio di essere breve, ma soprattutto quello di non essere noiosa. Dalla lettura, però, mi appare, fra le righe, qualcosa di ben più importante di quello che lei ha scritto. Compare una traccia del percorso della sua esistenza. Detto in altre parole, si intuiscono le ragioni che l’hanno spinto a formulare la teoria delle Monadi. Per un attento lettore, le ragioni sono certamente molto più illuminanti della teoria esposta. Di tali ragioni vorrei avere da lei una conferma.

Non avevo pensato con piena chiarezza a quello che adesso mi dice. In effetti chi scrive lo fa in quanto è spinto o attratto da ispirazioni: si tratta l’argomento dell’ispirazione e di solito non vengono chiarite esplicitamente le ragioni che gli hanno dato origine. Perché ritiene così importanti le ragioni delle ispirazioni?

Perché le ragioni delle ispirazioni - mi scusi la quasi tautologia - sono una ragion d’essere, una verità di ragione. Ossia una realtà ontologica, mentre la Monadologia, che lei ha scritto, è una ragione di fatto, una teleologia, una finalità. Poteva anche non scriverla, mentre non poteva non avere quelle ispirazioni, che sono parte essenziale della sua Monade. Questa è la vera importanza. Come vede ho utilizzato i termini che lei ha introdotto con la Monadologia. Ma credo di avere anticipato un po’ troppo le conclusioni. Se mi consente vorrei rincominciare con maggior ordine.

Prosegua. La ascolto.

Incomincio da capo: la Monadologia implica che lei deve avere necessariamente vissuto esperienze interiori di grande potenza e portata, che le hanno dato percezioni chiare di verità inconfutabili, che pur non essendo descrivibili, pur tuttavia sono, delle quali non è assolutamente concepibile l’esistenza di un contrario.

Sono d’accordo.

Alla sua mente logica deve necessariamente essere apparsa l’incommensurabile differenza con le altre verità, quelle che lei chiama di fatto, che possono ammettere anche un loro contrario. Lei cita l’esempio di Cesare che poteva attraversare il Rubicone, ma poteva anche non farlo. Mentre Cesare non aveva la possibilità di essere un non Cesare. Era, anzi è, Cesare e basta, e per sempre. O meglio è la Monade che viene identificata con Cesare. Con grande probabilità, durante tutta la sua vita, lei deve aver cercato una soluzione logica, ripeto logica, capace di conciliare l’esistenza contemporanea di questi due tipi di verità.

Se questa è una delle sue domande, rispondo di sì. Anche se, aggiungo, le cose non sono state così semplici. Come lei avrà ben letto anche le verità di fatto, alla fine si riconducono a verità ontologiche. Ma posso a mia volta chiederle perché per lei è così importante avere una mia risposta? In fondo si tratta della mia vita privata.

È molto semplice. Anch’io ho vissuto esperienze inerenti alle due verità e ho sempre avuto difficoltà nel conciliarle fra loro. Per me, da un punto di vista della logica esistenziale o come dice lei, seguendo un rigore metafisico, ogni percezione esiste, incluse quelle relative alle verità di ragione, che non sono di certo tangibili. Magari esistono solo allo stato di potenza o di virtualità. Ma come si possono accettare o rifiutare tali verità in toto senza contraddizioni, secondo i canoni normali della conoscenza?
Se non si accettano le verità di ragione si mette in dubbio la nostra stessa esistenza, che ai nostri occhi rappresenta una verità assoluta. Se invece si accettano, allora si devono necessariamente estendere i limiti della conoscenza. Si deve entrare nel mondo della coscienza, che però non è più dimostrabile. Per questi ed altri motivi è stato per me importante anche solo intuire l’esistenza dei motivi che l’hanno animato, Herr Leibniz. Ora non mi sento più solo: siamo almeno in due. Deve scusare la mia terribile presunzione.

Avere la testimonianza di un’altra Monade è sempre importante. La prego, prosegua.

Lei non lo definisce esplicitamente, ma il suo modo di vedere è tipicamente esistenziale. Ante litteram. Io gli aggiungerei anche l’attributo logico. Alla sua epoca la Logica era fondamentalmente orientata alla conoscenza e non all’esistenza, ma il suo apporto di matematico si intravede ovunque nella sua Monadologia. Le condizioni necessarie e sufficienti sono rappresentazioni esistenziali prima di essere di natura conoscitiva. Esiste, una Logica che regola le condizioni dell’Esistenza, alla quale lei si è implicitamente attenuto. Aggiungo che, se non si sapesse con evidenza certa che lei era anche un matematico, capace di produrre solide dimostrazioni, si potrebbe valutare tutta la sua Monadologia a un livello di una fumosa e dogmatica disquisizione filosofica, perché è difficile dare una veste solida alle realtà esistenziali.

Ci avevo già pensato in termini di miei dubbi esistenziali. Malgrado tali dubbi, la coscienza delle verità di ragione, quelle di natura ontologica, mi ha sempre spinto a seguire le mie ispirazioni. Forse mi ha confortato la coscienza che altre Monadi mi avrebbero potuto intuire al di là delle verità di fatto, certamente meno fumose come dice lei, ma con un contenuto ontologico molto più basso.

Le ragioni (di essere?) che mi avevano spinto ad incontrarla sono del tutto soddisfatte. Ma se mi consente, vorrei proseguire il colloquio, per cercare di dare un ordine prioritario ai contenuti della Monadologia.

Prego, sono sempre interessato a comprendere se i miei tentativi di messaggi sono andati a buon fine.

Se ho ben compreso, il valore massimo di quanto ha detto sta proprio nell’enunciazione delle due verità. In un certo senso individuano lo spazio logico entro il quale si può esistere. È del tutto equivalente ad uno spazio matematico entro il quale esistono le funzioni matematiche.

Fin qui va bene.

Perciò le verità implicano l’esistenza di una specie di ambiente o universo primigenio non definibile in termini descrittivi, ma percepibile, esistenzialmente parlando, dalla nostra coscienza di esseri viventi. Quello che contiene logicamente le verità ontologiche.
Possiamo chiamarlo Trascendenza?

Certamente, se abbiamo però l’avvertenza di considerare il nome Trascendenza solo come una etichetta di una bottiglia di vino. Come nel caso Leibniz.
La chiara percezione della Trascendenza è sicuramente un’azione difficile. Se questo avviene, allora ci appare che la nostra percezione del tempo diventa un’altra cosa. Il tempo non scorre più. Tutto è, tutto è presente potenzialmente alla nostra coscienza. Compare contemporaneamente la coscienza dell’Eternità. Il tutto che si intuisce è per sempre.
Personalmente considero assolutamente determinante questo suo punto di vista.

Mi fa piacere sentire una tale conferma da parte sua.
Ne consegue, però, un modo tutto particolare di considerare le vicende della vita. Fra l’altro si rende così possibile concepire una realtà potenziale, come nel caso del nostro colloquio, senza concepirla come una banale opera di fantasia.

Certamente. Se si assumono le due verità si deve anche arrivare a convivere con la loro esistenza.

La vita, come la consideriamo normalmente, ci appare consistere di tanti passaggi di Rubicone, che in un certo senso sembrano obbligati dagli eventi di un tempo che scorre. Ma se ci poniamo dal punto di vista delle verità ontologiche, allora ci accorgiamo che il tempo non esiste più e che tutti gli eventi sono passi susseguenti, ma solo logici, la cui esistenza dipende, esistenzialmente parlando, dalla nostra coscienza. Ecco che appare la Monade individuale come unica possibilità ontologica.

È così, con tutte le variazioni dovute alle nostre singole coscienze di Monadi evolute che sono uniche ed irripetibili. Ma la via obbligata per arrivare ad una superiore coscienza avviene solo attraverso le intuizioni.

Sono d’accordo, ma le interpretazioni di quelle che devono essere state le sue intuizioni è compito quanto mai arduo. Sono a loro volta intuizioni. A pensarci bene, ogni intuizione rappresenta un atto creativo, del quale abbiamo un’assoluta responsabilità.

Ora, però, mi deve consentire una domanda.

Caro Herr Leibniz, sono pronto. Immagino già che sarà una domanda difficilissima.

Se ho ben capito, lei sta vivendo a circa trecento anni dalla mia vita mortale. Mi può dire come vive la sua epoca, che immagino fatta anche di passaggi di altrettanti Rubiconi?

Ovviamente rispondo individualmente, in quanto Monade. Dal punto di vista dei Rubiconi, già passati o da passare, suppongo di viverli all’incirca come lei nella sua. Ma se si considerano le verità ontologiche, allora qualcosa è forse cambiato o sta cambiando. Avere la coscienza che le Monadi consentono di concepire una Esistenza sempre aperta verso l’alto apre la porta all’evoluzione interiore, che può generare in ogni Monade forze di grande potenza. Si tratta di forze ontologiche.

Può chiarire meglio quanto ha detto?

Ecco, lei ha solo fatto qualche accenno, neanche tanto chiaro, alle evoluzioni. Lei le chiama rivoluzioni, ma certamente alla sua epoca il concetto di evoluzione non esisteva, per lo meno nel senso come lo consideriamo oggi.

In effetti è come dice lei.

Ecco, sono arrivato alla conclusione che le vere evoluzioni, quelle interiori alle Monadi, siano di natura sostanzialmente ontologica e non dipendano dalle verità di fatto, cioè dai passaggi dei vari Rubiconi. Quando può sembrare che avvenga, lo è attraverso la catena delle ragioni sufficienti, che, come lei ha ben detto, riconducono nuovamente alle origini, cioè alle verità ontologiche. Necessariamente dobbiamo prendere coscienza che le evoluzioni ontologiche sono una realtà esistenziale: esse avvengono solo tramite le intuizioni, che sono atti creativi veri e propri da parte di ogni Monade.

Alla mia epoca questo non si poteva dirlo. Si sarebbe finiti sul rogo.

Senza alcun dubbio. Non è che anche oggi lo si possa fare impunemente. La differenza è che non si finisce più su roghi esclusivamente fisici. Ma lei comprenderà bene la portata di tutto questo. Per prima cosa si assume la libertà individuale assoluta delle Monadi. Poi si propongono altre implicazioni.

Per esempio?

Il dovere di leggere ontologicamente, con le intuizioni, il Gran Libro della Natura, che detto in termini più semplici significa un superamento dei punti di vista proposti dai passaggi dei vari Rubiconi. I significati assoluti che vengono in tal modo portati alla nostra coscienza dovrebbero costituire i soli nostri punti di riferimento. Ma su questo, Herr Leibniz, malgrado il suo ottimismo di fondo, che poi è anche il mio, mi consenta di nutrire qualche sostanziale dubbio, profanamente teleologico: il Gran Libro della Natura è ancora fuori portata per la maggior parte delle Monadi.
Individualmente, suppongo all’incirca come nella sua. Forse la coscienza globale, come somma delle coscienze delle singole Monadi, sta cambiando, ma molto, molto lentamente. L’impressione che ne traggo è che la Musica che la Vita genera ad ogni istante stia evolvendo verso Armonie differenti da quelle di trecento anni fa. La Musica, come sempre, è una generazione delle coscienze individuali. Come lei sono convinto che il mondo presente sia il migliore possibile. Date le circostanze.

PAOLO CIVITA, (Livorno) esploratore di studi tradizionali e di esoterismo, vive a Roma

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