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..:: Research and cultural documentation quarterly ::..

 

anno II - n. 5/6 - aut/inv 2005

 

in copertina
CARMINE MARIO MULIERE
Equinozio+Solstizio, 2005, opera digitale


Ikeda. Un ragazzo che voleva vivere in un rettangolo
di Simonetta Lux


Angeli nel cervello.
Il Dio-Cervello di Michelangelo

di Guido Mangano, Ernesto de Bernardinis, Giovanni Scapagnini


Franco Battiato. Fetus
di Ruggero Bianchin


Storie di animali e altri viventi
di Alberto Asor Rosa

di Piera Ianni


Indice

   

 
 

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Uemon Ikeda

un ragazzo che voleva vivere nel rettangolo

a cura di Simonetta Lux


..:: in ARTE ::..



UEMON IKEDA, Installazione, 2005

Martedí 21 giugno presso il MLAC, si è inaugurata la mostra personale di Uemon Ikeda (Kobe, Giappone, aprile 1952, vive e lavora a Roma). Il suo percorso artistico ha inizio presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, sua città di adozione, dove si diploma nel 1977. Ha esposto in importanti gallerie di Roma e di Tokyo; dal 1987 ad oggi è presente in significative rassegne internazionali di arte contemporanea. Le sue scelte espressive si concentrano su aspetti decisamente concettuali declinandosi in codici linguistici differenziati che oscillano dalla pittura all’architettura, dal disegno all’installazione fino a giungere alla scrittura. Nel 2001 Uemon Ikeda ha realizzato insieme a Simonetta Lux il libro d’arte Acrobazia (Lithos editrice).
Per questa nuova personale Uemon Ikeda rielabora un brano del libro aggiungendo il personaggio di una ragazza di 17 anni all’interno della storia Un ragazzo che voleva vivere nel rettangolo, cambiandone cosí completamente la trama. Questo nuovo personaggio si materializza all’interno della sala espositiva del MLAC mediante la stesura di un filo di seta e lana di colore rosso che delinea l’area formando appunto un rettangolo. Il pubblico è costretto ad entrare dentro questo rettangolo per vedere le opere esposte. Avviene quindi una trasposizione: dalla scrittura alla pittura, da un supporto bidimensionale quale la carta stampata, alla tridimensionalità dell’installazione.
In mostra sono state esposte 9 tele realizzate dal 1995 al 2005 che ben sintetizzano l’esperienza della ricerca artistica di Uemon Ikeda. Sono stati presentati gli ultimi lavori realizzati dall’artista: due tele ovali tagliate ai lati, che presentano inoltre la particolarità di avere una superficie mossa, aggettante. Sono segmenti di realtà quotidiana la cui spazialità viene ridefinita da una logica matematica e dai ricordi della sua città d’origine, Tokyo. Il giorno dell’inaugurazione Uemon Ikeda distribuirà al pubblico un invito tridimensionale a tiratura limitata su cui è riportato il progetto dell’installazione.
 


UEMON IKEDA, Installazione, 2005

Un ragazzo che voleva vivere nel rettangolo

lo avevo 19 anni e lei 17 anni. Quei giorni di estate il sole picchiava la strada asfaltata e cominciava a ammorbidirsi e lasciava un odore di gasolio intorno al marciapiede e alla fermata dell’autobus. Una ragazza si riparava nell’atrio e quando arrivava l’autobus correva verso la porta, come se fosse pioggia. Cosí ci conoscemmo nell’autobus.
Ogni fine settimana, il sabato sera, ci davamo appuntamento al Caffè TOP nel quartiere Shinjuku (a Tokyo). Il Caffè era il luogo di ritrovo con lei e con amici artisti. Top si trovava all’incrocio-angolo di un sottopassaggio/andirivieni tra le stazioni di metro e treni. Prima di giungere al Top; spesso incontravo dei vagabondi costruire i propri alloggi nei sottopassaggi della Metrò con le scatole di cartone impermeabili a due passi dai Bagni Pubblici (a Tokyo le toilette pubbliche sono piuttosto pulite). Molti tenevano un punteruolo, un rompi-giaccio, per bucare i cartoni robusti per poi annodarli con una corda bianca di nylon. Lo scrittore giapponese ABE Kobo qualche tempo fa ha pubblicato: UomoScatola; la storia di un uomo-metropoli che finisce per vivere dentro una scatola di cartone attrezzata con tutto il necessario per passare tempo anemico. Lasciando aperto una striscia di finestra per osservare fuori di se-scatola. (Kobo era un cosmopolita. Si disinteressò della decadenza della cultura tradizionale giapponese, ma fu importante per lui vivere appieno nella decadenza). 
Ero un ragazzo entusiasta, relativamente alla vita che facevo. Era soddisfacente la risposta data da essa, lei, la mia ragazza a me. Il suo comportamento, completato perfettamente da tutte le esigenze condizionali, uno schema insomma, costituiva una specie di vuoto temporaneo che cresceva dentro di me con le scadenze delle cose. Aveva una specie di forma, o trama senza congiunzioni. La trama che racconta le circostanze non coincideva con i suoi comportamenti e le parole davano una sovrapposizione causale.
Dopo la chiusura della Banca uno di loro vendeva Tanka (poesia tradizionale giapponese costruita da versi di 5,7,5,7 e 7 sillabe) sulla scalinata della banca vicino ad un’apertura di passaggio. Ero rimasto stordito ed inebetito di fronte alla sua Tanka scostante, stridula, ed invece non mi ero per niente accorto del rumore della folla frenetica nei sottopassaggi.
La cosa che prevedeva di ottenere è stata ottenuta? o no! Il contenitore era un contenuto? che succede adesso!
Ora, un ragazzo-operaio che indossava una camicia di colore ghiaccio mi faceva ricordare la mia gioventú trafelata e dispersa. Urlava quando parlava con me perché era preoccupato che il rumore della macchina nella fabbrica cancellasse la sua voce. Ma io, quel mattino, mi sentivo insonnolito ed opaco, e mi sembrava che tutti gli operai che lavoravano nella fabbrica urlassero per farmi risvegliare dai ricordi di Tokyo. Lui raccontava una sua storia, urlandola. Mi diceva con gli occhi cerulei (in un’altra vita, voleva rinascere come biologo) che suo padre faceva il pendolare tra la città e la fabbrica su un treno regionale ed aveva una ferita sulla spalla curvata, smorta. Era un operaio della stamperia. Di solito faceva il turno di notte. Ci teneva a chiacchierare con i suoi due figli a cena. Una sera, essi erano ancora piccoli, un dei ragazzi gli domandò: come mai... hai una ferita sulla spalla e sul dorso? Il padre: sono stato ferito da un leone. Il ragazzo credette per molti anni, ma un giorno, quando aveva 15 anni, chiese al fratello piú grande che gia lavorava in fabbrica; come è possibile che papà sia stato ferito da un leone? Il fratello rispose con il volto deprimente: ancora credi alla storia di papa ferito dal leone. Infatti, il ragazzo ci aveva creduto fino allora, ma cominciava ad avere dei sospetti, e mormorava tra sé e sé: - Com’è possibile ad un operaio come mio padre... Un destino inevitabile che il senso esaurisca la sua funzione nel tempo. Allora chiudendo un passaggio si compie un’operazione di alterazione. Alterazione come cambiamento della sua propria immagine assoluta. 27.10.99 UEMON / LA PRIMA VARIAZIONE 14.06.05.
 
 
La mostra (21-28 giugno 2005) è stata realizzata nella programmazione Laboratorio del MLAC con il contributo della Regione Lazio per le ricerche in Applicazione nuove tecnologie multimediali arte contemporanea, voluti dal direttore Simonetta Lux e realizzate dal curatore del MLAC Domenico Scudero.

 
 
 

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